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Fallire non è importante. Tutti falliscono.

Mi rendo conto di non avervi mai parlato della storia di Soichiro Honda, il fondatore del colosso automotive giapponese, ma sono sicuro che lui avrebbe apprezzato questa mia riflessione.

Alzi la mano chi nella vita non si è mai trovato nella merda. Bene, sappiate che il punto più basso della nostra parabola non rappresenta solo la sconfitta, ma è un serbatoio di energia potenziale a nostra disposizione.

Quando ci sentiamo bloccati in una buca esistenziale, il disagio che proviamo agisce come un propellente chimico: più è profondo il solco, più forte è la spinta verso l’alto che possiamo generare.

Molti lo hanno ampiamente dimostrato e capito durante la farsa pandemica, che dico sempre sia stata un bene per l’umanità.

Il dolore, arrivato a una certa soglia, smette di essere solo un peso e si trasforma in una forma di saturazione emotiva che ci spinge a dire “basta”.

In quel momento, la paura del cambiamento viene finalmente vinta dal disgusto per il presente, rendendo possibile una trasformazione che prima appariva impensabile.

La mente umana tende a proteggersi dal trauma dell’azione attraverso una narrazione rassicurante fatta di alibi e giustificazioni.

Lo abbiamo visto di nuovo col covid, lo vediamo con amici e conoscenti che si ammalano e non vogliono cambiare dieta e stile di vita.

È la trappola del vittimismo: più la situazione è grave, più sembra legittimo convincersi di essere pronti a fallire o di non avere più le forze per lottare.

Usiamo la nostra sfortuna come uno scudo per evitare la responsabilità di tentare ancora, trasformando il solco in una zona di comfort per quanto miserabile essa sia.

Smascherare le proprie stronzate significa compiere l’atto di onestà più difficile: riconoscere che molte delle ragioni per cui restiamo nella merda non sono ostacoli oggettivi, ma strategie di sopravvivenza del nostro ego per evitare la fatica della risalita.

Scegliere la prima opzione – quella della lotta per tornare a a – richiede di guardare in faccia le proprie scuse e smettere di considerarle verità assolute.

Bisogna decidere attivamente di non sprecare l’energia del proprio malessere per alimentare l’autocommiserazione, ma di usarla come fuoco per la propria liberazione.

Il fondo del baratro non è una condanna, ma una solida base su cui puntare i piedi per darsi la spinta definitiva.

Vi voglio bene.

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