Soichiro Honda e perchè fallire non e un fallimento
La storia di Soichiro Honda è una delle più straordinarie parabole di sfida del ventesimo secolo.
Nato in una famiglia umile e cresciuto con una viscerale passione per la meccanica piuttosto che per i libri, Honda investì tutto se stesso nel 1936 per sviluppare un dettaglio dei pistoni.
Dopo il rifiuto iniziale di Toyota, i cui ingegneri bocciarono gran parte dei suoi prototipi per scarsa qualità , non si arrese: impegnò persino i gioielli della moglie per finanziare la ricerca e tornò sui banchi di scuola a 30 anni per studiare metallurgia, pur disprezzando i formalismi accademici e i diplomi che considerava inutili rispetto alla competenza pratica, tanto da rifiutare di diplomarsi.
Proprio quando riuscì finalmente a avviare la produzione dei segmenti di pistone da lui progettati, il destino lo colpì duramente: la sua fabbrica venne rasa al suolo dai bombardamenti nel 1944 e ciò che rimase fu abbattuto dal terremoto di Mikawa l’anno successivo.
In preda a una profonda crisi personale, vendette i resti della sua attività alla Toyota e trascorse un anno ad ubriacarsi senza lavorare.
La scintilla della rinascita scoccò osservando la fatica e la pena della moglie nel pedalare verso il mercato ogni giorno.
In un impeto di genio, adattò un piccolo motore da generatore radio alla sua bicicletta.
Quel ronzio, il celebre “bata-bata”, segnò la nascita della Honda Motor Co. in una baracca di legno.
Nonostante la costante minaccia di bancarotta e l’ostilità del governo giapponese, che tentò invano di impedirgli di produrre auto, Honda continuò a scommettere sul “tutto o niente”.
Lanciò sfide impossibili, come gareggiare nel famigerato e pericolosissimo Isle of Man TT per elevare il prestigio tecnologico delle sue moto.
Poi il debutto in Formula 1 nel 1964.
Il suo trionfo definitivo sul palcoscenico mondiale arrivò nel 1973 con il motore CVCC.
Mentre i colossi americani come GM dichiaravano impossibili i nuovi standard sulle emissioni del Clean Air Act, Honda dimostrò come fossero ottenibili installando la propria tecnologia su una Chevy Impala e superando i test EPA con estrema facilità .
Morì consacrato come il “Henry Ford del Giappone”, lasciando un’eredità basata sulla convinzione che il successo sia composto dal 99% di fallimenti.
